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La dislessia spiegata da dentro: intervista a Sara

La dislessia è spesso raccontata dagli adulti: insegnanti, genitori, specialisti. Ma cosa significa davvero viverla ogni giorno, dall’interno? Riportiamo quello che ha risposto Sara in una breve intervista.


D: Ciao Sara, vuoi presentarti?
R: Ciao! Mi chiamo Sara, ho 12 anni e sono dislessica.

D: Quando hai iniziato ad accorgerti che leggere era difficile per te?
R: Già in seconda e terza elementare. Vedevo che i miei compagni leggevano velocemente e senza problemi, mentre io ci mettevo un sacco di tempo. Le lettere si confondevano e mi sembrava di dover decifrare un codice segreto ogni volta.

D: Come ti sentivi a scuola in quei momenti?
R: Malissimo. Quando la maestra chiedeva di leggere ad alta voce, il cuore mi batteva forte e avevo paura di sbagliare. A volte i compagni ridevano o sbuffavano. Io mi sentivo piccola e incapace, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in me.

D: Quando hai avuto la diagnosi?
R: In quarta elementare. I miei genitori mi hanno portata da una psicologa che mi ha fatto fare dei test. Alla fine mi hanno detto che ero dislessica. All’inizio non capivo bene cosa volesse dire, ma poi mi hanno spiegato che non era colpa mia: era solo che il mio cervello funziona in un modo diverso.

D: Cosa è cambiato dopo la diagnosi?
R: Tanto. Prima pensavo di essere “scema”, invece ho capito che non lo ero affatto. Dare un nome alla mia difficoltà mi ha fatto sentire sollevata. A scuola ho potuto usare strumenti che mi aiutano: più tempo per le verifiche, le mappe, a volte il computer. All’inizio mi vergognavo, ma poi ho capito che sono solo aiuti, come gli occhiali per chi non vede bene.

D: E oggi, a 12 anni, come vivi la dislessia?
R: Ora so che leggere rimane faticoso per me, ma non è impossibile. Ci metto più tempo, ma arrivo lo stesso al traguardo. E intanto ho scoperto di avere tanti punti di forza: sono brava a disegnare, invento storie, adoro la musica, ottengo buoni piazzamenti nelle gare di atletica. La dislessia non è tutta me, è solo un mio modo di funzionare in certe situazioni.

D: Che messaggio vorresti dare ad altri bambini che vivono la tua stessa esperienza?
R: Vorrei dir loro: non siete sbagliati. Non è colpa vostra se leggere vi risulta difficile. Chiedete aiuto, parlatene con i vostri genitori o con gli insegnanti. Scoprire di essere dislessici e dare un nome a questa difficoltà vi rende più forti: capite che non è colpa vostra, che non siete meno intelligenti, e che tanti altri studenti affrontano le stesse sfide. Soprattutto, imparerete che esistono molti modi per superarle e sentirvi più sicuri di voi stessi.


📌 Consigli per genitori e insegnanti

Le parole di Sara ci ricordano quanto sia importante riconoscere e accogliere la dislessia non solo come difficoltà tecnica, ma come esperienza emotiva.

Ecco alcuni spunti pratici:

  • Ascoltare e validare le emozioni: prima ancora degli strumenti, i bambini hanno bisogno di sentire che la loro fatica è compresa.
  • Usare gli strumenti compensativi senza vergogna: mappe, computer, audiolibri non sono scorciatoie, ma strumenti di equità, come gli occhiali per chi non vede bene.
  • Valorizzare i punti di forza: la creatività, la memoria visiva, l’immaginazione sono spesso risorse preziose nei bambini dislessici.
  • Collaborare con la scuola: un buon dialogo tra famiglia, insegnanti e specialisti fa davvero la differenza.
  • Trasmettere fiducia: ricordare sempre che la dislessia non definisce un bambino racconta soltanto le sue diverse modalità di apprendere. Non lo limita, né gli impedisce di vivere un percorso scolastico positivo e pienamente soddisfacente.
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