La dislessia evolutiva

di Rossana Isgrò

 

A volte ignorati, a volti presi di mira con termini come “asino”,

“analfabeta”, sempre incalzati per la loro lentezza, con le pagine

del quaderno illeggibili e piene di scarabocchi e cancellature

oppure piene di correzioni della maestra e commenti del tipo:

“stai più attento!”, “devi impegnarti di più”… (Stella, 2002)

 

Intelligenti come e più delle altre persone, i dislessici si differenziano dagli altri per il fatto che fanno molta fatica a leggere. Hanno infatti un disturbo, la dislessia, che li rende lenti e scorretti nella decodifica delle lettere: le scambiano, le invertono, ne inseriscono di nuove.

La dislessia è un disturbo specifico di apprendimento e può essere evolutiva o acquisita. Quest’ultima compare in seguito a un trauma cranico che ha provocato danni alle varie strutture cerebrali preposte alla lettura e alla scrittura, può quindi colpire chiunque e a qualsiasi età.

La dislessia evolutiva, invece, si manifesta quando il bambino incomincia a imparare a leggere e a scrivere, talora senza chiari segni premonitori (es. acquisizione del linguaggio secondo modalità attese e nei tempi previsti), in assenza di deficit neurologici, cognitivi, sensoriali, relazionali, e nonostante al bambino siano offerte normali opportunità didattiche-educative.

Dal punto di vista scientifico la dislessia evolutiva è un disturbo ben riconosciuto, di cui sono note sia le basi biologiche, sia le metodiche cliniche per diagnosticarlo in modo preciso. Sul piano pratico, però, molti problemi derivano dal fatto che non vi siano segni fisici e premonitori che, quando il disturbo di lettura si manifesta, consentano di differenziare il comportamento del dislessico da quello di bambini che mostrano il rifiuto della scolarizzazione. Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, soprattutto i risultati delle indagini effettuate con le neuroimmagini funzionali che si ottengono con la risonanza magnetica funzionale e la magnetoencefalografia, hanno permesso di stabilire che si tratta di una caratteristica costituzionale, determinata biologicamente e non dovuta a problemi psicologici o di disagio socio-culturale. Queste ricerche hanno evidenziato nei soggetti dislessici disfunzioni delle parti posteriori dell’emisfero sinistro durante la lettura (Brunswick et al., 1999; Helenius et al., 1999; Horwitz, Rumsey e Donohhue, 5

1998; Seki et al., 2001; Shaywitz et al., 2002; Simons et al., 2000; Temple et al., 2001). Il che significa che dislessici si nasce: il “difetto” appartiene di fatto al patrimonio genetico. Infatti, secondo uno studio condotto presso il Centro per le disabilità linguistiche e cognitive in età evolutiva dell’azienda USL di Bologna, il fattore eredo-famigliare gioca al 58%: su 116 ragazzini dislessici, 69 avevano parenti, fratelli, genitori, cugini di primo grado affetti dallo stesso tipo di disturbo. La dislessia colpisce tra l’altro tre maschi per una sola femmina: sempre nello stesso studio, sui 116 ragazzini, il 78,4% era costituito da maschi, mentre solo il 21,6% da femmine.

La maggior parte degli studiosi ritiene che la dislessia sia il riflesso di un deficit del sistema linguistico: bambini ed adulti dislessici incontrano difficoltà nello scomporre le parole in suoni e nell’unire i diversi suoni per formare una parola.

Il mancato riconoscimento della dislessia ha importanti conseguenze psicologiche, determina spesso l’abbandono della scuola e talvolta un futuro professionale di basso livello nonostante le potenzialità di creatività e di intelligenza che questi ragazzi manifestano; inoltre influisce negativamente sullo sviluppo della personalità e compromette un adattamento sociale equilibrato.

Non ci sono menomazioni evidenti, ma il bambino dislessico si sente comunque frustrato e inadeguato. E’ un circolo vizioso: si crede poco intelligente, perde autostima, si impegna meno e riesce sempre peggio.

La sindrome dislessica non va considerata come una malattia, ma come una caratteristica della persona, seppur limitante. Il fatto che non sia una malattia significa che non può essere curata. Si possono insegnare alcune strategie che permettono di superare almeno in parte le difficoltà che incontra il dislessico. Nella popolazione italiana, i dislessici rappresentano circa il 2,5-3%, il che significa, su 60 milioni, un milione e mezzo di persone. In età scolare, i dislessici sono invece il 5-6%: una parte, quindi, se correttamente aiutata, si compensa.

L’associazione di questi disturbi a volte compromette il rendimento scolastico ed è difficile per i genitori e insegnanti rendersi conto che il piccolo, in realtà, sia intelligente. Molto spesso le difficoltà dei bambini dislessici vengono imputate a disattenzione, pigrizia, ritardo intellettivo o a 6

cause psicologiche. Si tratta invece di bambini dotati di un’intelligenza assolutamente normale che, il più delle volte, non hanno problemi psicologici, sebbene abbiano storie difficili alle spalle.

 Lentezza e Scorrettezza

 Capire esattamente che cosa sia la dislessia non è facile. Si può dire che la lettura del dislessico ha due caratteristiche fondamentali, è:

• lenta

• scorretta

Ci sono alcune caratteristiche della dislessia che pesano prevalentemente sulla lentezza. Ecco in che senso: quando da adulti si legge una parola insolita, come ad esempio “cavedio”, si attua il meccanismo della scomposizione delle lettere, per cui si leggerà “c-a-v-ed- i-o” (processazione seriale), il che, anche se avviene in millesimi di secondo, richiede una certa quantità di tempo. Se invece si vedono scritte le parole “tavolo, sedia, sapone” eccetera, già viste milioni di volte da quando si è cominciato a leggere, non è necessario scomporle in lettera; sono già pronte e riconoscibili in un colpo solo: il vederle e il leggerle è immediato. Più si cresce, infatti, più si legge velocemente: la processazione seriale è sempre meno necessaria. Alcuni dislessici fanno tantissima fatica ad acquisire questo magazzino di parole pronte: ecco il motivo della lentezza.

Altri invece fanno fatica proprio ad attuare correttamente la processazione lettera per lettera: il risultato sarà allora una lettura scorretta.

Riguardo la correttezza di lettura ci sono degli errori “tipici”:

• errori di tipo visivo, che consistono nello scambio di lettere che hanno tratti visivi simili o speculari (“e” con “a”, “r” con “e”, “m” con “n”, “b” con “d”, “p” con “q”);

• errori di tipo fonologico, riguardanti lo scambio di lettere che hanno la stessa “radice” (“f” con “v”, “c” con “g”).

Si tratta di due difficoltà diverse che di solito, però, sono unite e intrecciate tra loro. Secondo uno studio recente condotto dall’Unità organizzativa per la diagnosi e lo studio dei disturbi  dell’apprendimento dell’ASL 39 di Milano, l’82% dei dislessici italiani fa fatica a leggere sia le parole ad alta frequenza sia quelle insolite. In molti dislessici si riscontrano poi difficoltà di linguaggio, nel senso che queste persone possono avere difficoltà nel trovare le parole giuste per esprimersi.